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Tormento Sinner, annuncio Wada: ancora il Clostebol

Jannik Sinner e la WadaJannik Sinner e caso Clostebol, riaccesi i riflettori (Foto IG @janniksin - campionatistudenteschi.it)

Per Jannik Sinner il caso Clostebol sembra non avere mai fine, tra vecchie ferite che si riaprono e nuove ombre che tornano a far discutere.

Quando si parla di Jannik Sinner, ormai, non si discute più soltanto di tennis giocato, di ranking o di Slam. Infatti, da mesi il nome del campione altoatesino continua a essere accostato a una vicenda che avrebbe dovuto chiudersi da tempo e che invece torna ciclicamente a galla, lasciando l’amaro in bocca non solo al diretto interessato ma anche a tifosi e addetti ai lavori. Senza ombra di dubbio, il caso Clostebol rappresenta una ferita ancora aperta, soprattutto perché la squalifica inflitta a Sinner viene percepita come profondamente ingiusta.

Il tennista azzurro, va ricordato, è stato fermato per tre mesi non per un utilizzo volontario o diretto di una sostanza dopante, ma per una contaminazione accidentale. Un dettaglio tutt’altro che secondario, che però spesso viene dimenticato nel racconto mediatico. Però, nonostante le spiegazioni, le analisi e le sentenze, la parola Clostebol continua a tornare accanto al suo nome come un’ombra difficile da scrollarsi di dosso.

Sinner e Clostebol: la Wada riaccende i riflettori

Negli ambienti sportivi italiani si pensava che il capitolo fosse ormai archiviato. Sinner ha scontato la sospensione, è tornato in campo e ha ripreso a fare ciò che sa fare meglio, ovvero vincere e rappresentare l’Italia ai massimi livelli. Eppure, proprio mentre il tempo sembrava aver rimesso ogni cosa al proprio posto, è arrivato un nuovo campanello d’allarme che ha riacceso i riflettori su questa sostanza e, indirettamente, anche sul campione azzurro.

La scintilla è scoccata in un contesto che nessuno si sarebbe aspettato. Si è iniziato infatti a parlare di un possibile “caso Sinner” persino in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un collegamento che, a prima vista, appare forzato, ma che ha comunque attirato l’attenzione della Wada. Proprio durante un intervento pubblico legato ai Giochi, è tornato di attualità il tema del Clostebol, la stessa sostanza che nel marzo 2024 risultò nei test di Sinner e che portò poi alla sua sospensione nel 2025.

Sinner e Clostebol

Sinner deve fare ancora i conto con il caso Clostebol (Foto IG @janniksin – campionatistudenteschi.it)

A chiarire la posizione dell’Agenzia Mondiale Antidoping ci ha pensato Olivier Niggli, direttore generale della Wada, intervenuto in conferenza. Le sue parole sono state misurate, ma hanno comunque riaperto il dibattito. «Noi abbiamo una prospettiva mondiale, ci sono stati dei casi in Italia dove questa sostanza viene però indicata nella scatola del prodotto, ma non ci sono preoccupazioni da parte nostra, gli atleti devono fare attenzione», ha spiegato Niggli, sottolineando come il problema non riguardi un singolo sportivo, ma un contesto più ampio.

Il riferimento è a un dato che fa riflettere. Dal 2019 in Italia si sono registrati circa 30 casi di positività legati all’uso di creme contenenti Clostebol, prodotti spesso acquistabili legalmente e con indicazioni poco chiare. Una situazione che rende ancora più comprensibile quanto accaduto a Sinner, vittima di una contaminazione piuttosto che di una scelta consapevole. Però, nel racconto pubblico, questo aspetto sembra passare sempre in secondo piano.

Per Jannik, tutto ciò rappresenta un peso ulteriore. Non tanto per le conseguenze sportive, che ha dimostrato di saper superare, quanto per l’immagine e la serenità personale. Senza ombra di dubbio, continuare a vedere il proprio nome associato a un caso di doping, seppur chiarito, non è semplice per un atleta che ha sempre fatto della correttezza e della professionalità un marchio di fabbrica.

Il timore, ora, è che il tema possa riaffacciarsi ciclicamente, alimentando dubbi ingiustificati. Sinner continua ad andare avanti, concentrato sul campo e sui suoi obiettivi, ma il caso Clostebol resta lì, come un’eco che fatica a spegnersi. E forse, più che nuove allarmi, servirebbe finalmente una parola definitiva che chiuda davvero questa storia.

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