Alla fine non c’erano più file ordinate per nazioni. Non c’erano distanze da rispettare. All’Arena di Verona, durante la cerimonia di chiusura, abbiamo visto atleti camminare fianco a fianco senza separazioni, con le bandiere che uscivano tutte insieme e le divise che si confondevano in un unico mosaico di colori.
È un’immagine che contrasta con la parte più rigida e solenne dei Giochi. Lo sport internazionale, fin dalla prima Olimpiade moderna del 1896, ha sempre avuto una doppia anima. Da una parte il sogno di fraternità, dall’altra la spinta dei nazionalismi. Già alla fine dell’Ottocento qualcuno intuì che le competizioni tra Stati sarebbero diventate terreno fertile per orgoglio patriottico e propaganda. Il Novecento lo ha dimostrato più volte.
Dalle bandiere separate alle bandiere mescolate
Chiunque abbia visto una cerimonia di apertura conosce il protocollo: le delegazioni sfilano una dopo l’altra dietro la propria bandiera, gli inni risuonano, i giuramenti vengono pronunciati con formula solenne. È un rito che sottolinea l’identità nazionale prima ancora dell’individuo.
La cerimonia di chiusura, invece, nasce con uno spirito diverso. Dal 1956, grazie all’idea di un ragazzo australiano, John Ian Wing, gli atleti non sfilano più separati per Paese ma mescolati tra loro, come membri di un’unica comunità. Un gesto semplice che, anno dopo anno, è diventato il momento più cosmopolita dei Giochi.
All’Arena di Verona questo messaggio è stato evidente. Dopo giorni di gare, di medaglie e di inni nazionali, l’immagine finale è stata quella di un gruppo senza barriere. Non un dettaglio coreografico, ma una scelta simbolica che riporta al centro il senso più profondo dell’olimpismo.
La tensione fuori, la festa dentro
Il contesto internazionale non è neutrale. Anche in questa edizione, tra tensioni geopolitiche e discussioni sulle partecipazioni, il clima globale resta complesso. Eppure nelle arene sportive si è respirata un’atmosfera diversa.
L’ultima giornata di gare, con la finale di hockey su ghiaccio tra Stati Uniti e Canada, avrebbe potuto trasformarsi in una sfida carica di tensione. Sugli spalti, invece, si è visto un pubblico acceso ma sereno. Una partita combattuta, decisa all’overtime, vissuta come competizione sportiva e non come scontro tra Paesi.
È in questo contrasto che i Giochi cercano ancora il loro equilibrio: da un lato le bandiere che rappresentano identità e appartenenza, dall’altro la possibilità di trasformare la competizione in incontro.
Milano-Cortina e la sfida del cosmopolitismo
Con Milano-Cortina, l’Italia si è assunta anche questa responsabilità: fare dei Giochi uno spazio capace di andare oltre la retorica. Non è semplice. Lo sport resta legato agli Stati, ai medaglieri, agli interessi politici. E ogni decisione, come quelle sulle ammissioni o esclusioni di alcune delegazioni, riapre discussioni che non si chiudono con una cerimonia.
La Presidente del CIO, Kirsty Coventry, ha ricordato che la fiamma olimpica si spegne nello stadio ma dovrebbe restare accesa nelle persone. È un’immagine potente, ma che si scontra con le contraddizioni del mondo reale.
Forse è proprio per questo che la scena degli atleti mescolati conta più di tante parole. Non cancella i conflitti, non elimina le divisioni, ma mostra un’alternativa possibile. Per qualche ora, sotto le luci dell’Arena di Verona, lo sport è sembrato davvero uno spazio condiviso.
Resta da capire quanto di quello spirito riuscirà a uscire dagli stadi e a entrare nella vita quotidiana. I Giochi finiscono, le bandiere tornano a sventolare separate. Ma quell’immagine finale, con i colori confusi e gli atleti uno accanto all’altro, continua a interrogare chi ha assistito a quella scena.
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